THEATRUM THEATRON



Relazione Artistica 2002

Calendario

Programmi Artistici

Siti Archeologici e Territori

Il Progetto



La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo

PENZIERE MIEJE parole di EDUARDO in forma di concerto
Regia LUCA DE FILIPPO
musiche di Antonio Sinagra
con Luca De Filippo Cantanti Lalla Esposito, Lello Giulivo pianoforte / tastiere Ciro Cascino, Luca Mennella.

Si tratta di un racconto formato da tanti tasselli, in un tragitto eduardiano segnato da poesie, riflessioni, momenti di teatro, come in un concertato la cui partitura è la scrittura di Eduardo stesso. Le musiche di Antonio Sinagra tengono sì conto della tradizione partenopea ma evitano tutto ciò che potrebbe essere “retorico” e puro “colore”. Sti vvite noste… Cumme vanno sperdute p’ ’o munno sti vvite noste… Cumme ll’uocchie d’ ’a ggente, ‘e pparole sbagliate stunate e vacante, currenno pe’ ll’aria, pazzianno e redenno, se vanno mmiscanno e mbruglianno… E allora sti vvite sbandate e sbattute tu ’e vvide sperdute p’ ’o munno: un’ ’a ccà, n’ata ’a llà… 1972.


Fondazione Teatro di Napoli
Teatro Nazionale del Mediterraneo
Teatro Stabile di Napoli


TATO RUSSO
I MENECMI DUE GEMELLI NAPOLETANI di Tato Russo da Plauto con RINO DI MARTINO e CLELIA RONDINELLA e MASSIMO SORRENTINO - BINDO TOSCANI - LETIZIA NETTI - FRANCO D'AMATO Regia LIVIO GALASSI Musiche ANTONIO SINAGRA I MENECMI di Tato Russo da Plauto

I Menecmi è una libera elaborazione di Tato Russo da Menecmo di Plauto, oltre ad essere una delle più famose e forse, come la definiscono alcuni, la commedia più plautina di Plauto. Pertanto da questa considerazione l’intervento sul testo operato da Tato Russo cerca di accostarci a quelle che erano le caratteristiche e gli intendimenti dell’autore. L’esuberanza verbale, il termine plebeo, il lazzo, sono mezzi attraverso i quali Plauto ottiene la risata crassa, il divertimento gioioso, la comicità. Questa voce autentica che si innalza al di sopra di qualunque banale intellettualismo perde, per noi fruitori digiuni di latino, attraverso la versione, queste sue fondamentali peculiarità. Consapevoli di ciò ci siamo affidati a coloriture dialettali che oltre a salvaguardare l’origine atellanica dell’arte plautina sono più vicine sia alla metrica musicale del tempo che alla grassezza popolare voluta da Plauto. In questa nostra trasposizione, consapevoli anche della complessità del processo di adattamento per la scena, abbiamo puntato decisamente su quei caratteri di licenziosa, scurrile, lussuriosa comicità che ci sono sembrati più consoni allo spirito dell’arte plautina. TRAMA Un mercante aveva avuto due gemelli, Menecmo e Fosicle. Partito per un viaggio d’affari con il primo dei due, l’aveva perso in seguito ad un rapimento e di dolore era morto. Il secondo ribattezzato Menecmo dal nonno, fattosi adulto, nel corso delle ricerche che sta svolgendo per ritrovare il fratello, giunge ad Epidanno. E in questa città dai facili costumi, lussuriosa decadente che vive il primo gemello il quale benché sposato si abbandona ad ogni forma di dissolutezza, potendo godere dei favori di un sgualdrina sua dirimpettaia. La presenza del secondo gemello darà luogo come si può intuire, ad una serie di equivoci e di errori in cui la comicità esploderà in maniera prorompente in tutte le scene dello scambio fra i due fratelli. Solo l’incontro finale porrà fine ai qui pro quo.


In collaborazione con Il MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI e l’ AMBASCIATA di GRECIA
CASTALIA
presenta LE NUVOLE di Aristofane con Fabrizio Passerini - Ugo Cardinali - Riccardo Graziosi - Francesca Milani - Joanne Marie Kassimatis - Flaminia Fegarotti - Priscilla Mario - Chiara Sasso Regia, Vincenzo Zingaro Maschere, Carboni Studio - Musiche: Giovanni Zappalorto Dopo grande successo di critica e di pubblico (140 repliche, 30.000 spettatori),

CASTALIA riporta in scena il capolavoro della commedia classica “LE NUVOLE” di Aristofane, con la regia di Vincenzo Zingaro. Si tratta di un’occasione davvero unica per immergersi nel meraviglioso gioco della Commedia attica antica (la prima forma di commedia del teatro occidentale), di cui si è cercato di recuperare lo spirito più autentico e genuino, attraverso l’uso delle maschere, create per l’occasione dal celebre Rino Carboni Studio (ricordiamo il suo magnifico sodalizio con Luchino Visconti, Sergio Leone e Fellini). Lo spettacolo, divertente e suggestivo, avvolge gli spettatori in un’atmosfera magica e surreale: proiettati nell’animato fermento culturale dell’Atene del V secolo a. C. , essi assaporeranno gli effetti di una satira graffiante e “scurrile”, l’incantesimo di un mondo fantastico e stravagante, in cui al divertimento si accompagna l’occasione per riflettere su importanti temi sociali. Una grande eredità lasciata dai Greci che, ancora una volta, mostrano di saper toccare corde universali che, a distanza di duemila anni, risuonano più attuali che mai. L’attacco contro i sofisti, dipinti da Aristofane come cialtroni, dediti a contrabbandare idee senza senso, pericolosi, in quanto capaci di attrarre i giovani con l’abilità dialettica, allontanandoli dai valori veri, oggi potrebbe essere rivolto contro la degenerazione del sistema televisivo, che riesce ad imporre fenomeni e modelli spesso senza alcuna consistenza. E proprio per chi vuole fuggire dall’omologazione televisiva, sempre più invadente anche in campo teatrale, questo spettacolo offre la possibilità di assistere a un evento veramente particolare, realizzato da una Compagnia specializzata da 10 anni nella rappresentazione della Commedia classica antica, in un progetto che ha coinvolto migliaia di giovani. Lo spettacolo, che gode del patrocinio dell'Ambasciata Greca, dopo la partecipazione a diversi Festival estivi, tra cui quello di Ostia Antica, sarà rappresentato anche in Grecia, nel prestigioso Teatro di Epidauro. L’Università di Roma “LA SAPIENZA” lo ha inserito all’interno del progetto internazionale denominato “IL TEATRO CLASSICO OGGI”, considerandolo oggetto di studio, in un programma di conferenze che prevede la proiezione di opere dei maggiori registi che hanno affrontato la classicità: da Pasolini a Fellini, da Peter Stein a Ronconi, a Thierry Salmon.


LYRICON PERFORMING ART

TERRA, ACQUA, VENTO, FUOCO…

Viaggio multimediale negli elementi Ideato e diretto da Nunzio Areni con I BOTTARI DI PORTICO diretti da CARMINE ROMANO ENZO AVITABILE voce, sax e fiati etnici PIERO GALLO mandola MARIO DE ROSA chitarra battente MARZOUK MEJIRI zukra e tar CARLO AVITABILE Bodram (tamburo irlandese)


MDA PRODUZIONI DANZA

Movimenti coreografici di AURELIO GATTI
Filmati multimediali di CIRO SAPONE - Zauker Group Il suono ipnotico delle botti e la grazia dei movimenti a rappresentare il confronto e l’incontro tra il sole e la luna, la virilità e la femminilità, il fuoco, la terra, l’acqua, il vento. Immagini che accompagnano, descrivono, seguono rafforzano la musica di strumenti antichi quanto l’uomo o forse più. Questi gli elementi di uno spettacolo che condurrà il pubblico indietro nel tempo all’origine del ritmo e del movimento quando questi erano gli elementi della religiosità e della vita tribale: i dodici giovani Bottari di Portico in Caserta eredi di un’antica tradizione che vuole il suono degli strumenti della vita contadina a segnare i momenti della vita in comune -il lavoro e la festa- e la straordinaria versatilità musicale di Enzo Avitabile e dei suoi musicisti rappresenteranno gli elementi maschili mentre la sensualità e la tentazione prenderanno vita nei movimenti di quattro danzatrici della compagnia di danza MDA. I filmati multimediali realizzati dalla factory casertana Zauker Group diretta da Ciro Sapone saranno il contrappunto visivo ad un crescendo di ritmo e suono fino all’Armageddon finale, sintesi dell’incontro scontro tra forze opposte ma complementari, origine della vita e della morte. Lyricon Performing Art intende, tra l’altro, lavorare su fenomeni teatrali e musicali che conservano un intimo legame con i costumi dei territori dai quali provengono. Da ciò nasce la voglia di cercare nuove tendenze, nuovi fenomeni, che abbiano la capacità di agganciarsi ad un passato teatrale-musicale proponendosi con un carattere misto e aperto, pur ricco di contaminazioni, ma in uno spirito riconoscibile con un’etica propria, con un linguaggio che sappia avere una forte originalità.


TEATRO SAN LEONARDO,
COMUNE DI BASSANO ROMANO
PICCOLO TEATRO DI MODICA


presentano
STEFANO MASCIARELLI ADRIANA RUSSO in ANFITRIONE di T. M. Plauto con Marco Paoli, Cristina Caldani Coreografie di Rosella Fanelli Scene e maschere Kim Marie Brittain Musiche di Simone Sciumbata regia MAURIZIO ANNESI

Secondo il primo sommario di Plauto …Giove, innamorato della moglie di Anfitrione, la bella Alcmena, prende le sembianze di quest’ultimo mentre è in guerra contro i Telèboi nemici, e ne approfitta per goderne la moglie. In questa avventura è aiutato da Mercurio che assume l'aspetto dello schiavo Sosia, anche lui assente; Alcmena è presa in questa trappola. Quando ritornano il vero Anfitrione e il vero Sosia, anche loro sono presi in giro in modo singolare. Da qui nascono reciproche accuse, scompigli e equivoci fra moglie e marito, finchè Giove, facendo risuonare dall'alto del cielo la sua voce in mezzo ai tuoni, confessa il suo adulterio. Nel mondo di parassiti, ruffiani, prostitute e lenoni che animano le commedie di Plauto, ANFITRIONE rappresenta una perla teatrale dai connotati diversi: i vizi e le debolezze non sono più una prerogativa umana, ma toccano anche le alte sfere dell'Olimpo. La vis comica, il reale favore di pubblico ottenuto da questa commedia, che appartiene all’età matura di Plauto, è testimoniato dagli innumerevoli rifacimenti che nel corso dei secoli hanno attinto alla scrittura plautina. Per citarne alcuni basti ricordare l’omonimo ANFITRIONE di Molière, o di Kleist, oppure il più recente “Giove in doppio petto” di Garinei e Giovannini. Che Plauto scrivesse per l'otium degli spettatori è cosa assodata, che il pubblico preferisse divertirsi senza troppo addentrarsi nella satira politica di aristofanesca memoria è altrettanto assodato; ma che a generare il divertimento fosse addirittura il padre degli dei, Giove, rappresenta di sicuro un momento di grande innovazione: per la prima volta, nella commedia romana, gli dei, da arbitri o propiziatori di eventi, diventano protagonisti della storia, mescolandosi con gli uomini e addirittura mettendosi in competizione con essi. E ciò avviene attraverso il meccanismo teatrale più comico che possa esserci: il cambiamento di sembianze cosicché Giove diventa Anfitrione, Mercurio Sosia, e viceversa, creando una serie di equivoci che danno alla commedia il suo grande vigore comico e dinamico. E se da una parte, ovviamente, le divinità si trovano perfettamente a proprio agio in un mondo umano, l'uomo, sia esso condottiero o schiavo, risulta impotente e suo malgrado coinvolto in un meccanismo del quale ignora artefice ed effetti, come marionetta in balia degli appetiti del duo divino Giove/Mercurio. In questo scoppiettante contesto troviamo il doppio Giove-Anfitrione di cui Stefano Masciarelli dà una esilarante interpretazione scandendo le due personalità: ora tronfia e vittoriosa, ora incredula e sopraffatta dagli eventi. Affiancato da Adriana Russo che disegna un' Alcmena a dir poco disorientata dagli eventi, ma decisa a conservare la sua buona fede e la sua onorabilità. Il tutto accompagnato da momenti coreografici che scandiscono l'evolversi dell'intreccio. Maurizio Annesi



M D A P R O D U Z I O N I D A N Z A

presenta
ORFEO DE’ PAZZI
Regia e coreografia AURELIO GATTI Musiche DELLA TRADIZIONE ETNICA Disegno Luci STEFANO STACCHINI Scene CAPANNONE MOLIERE interpreti Ernesto Lama Elisa Turlà Giuseppe Amorelli e Gianna Beduschi, Paola Bellisari, Giuseppe Bersani, Monica Camilloni, Annalisa D’Antonio, Angelo Giannelli, Gioia Guida Musiche eseguite dal vivo da Michel Audisso - clarino, Antongiulio Galeandro - fisarmonica, Valerio Perla - percussioni


NOTE DI REGIA - Orfeo dei Pazzi Oltre i confini della memoria dichiarati dalla tradizione, è possibile riconoscere il mito, farlo rivivere nella pienezza della sua forza, scevro dalla sterilità della citazione e dell'imitazione sia essa sotto forma di fenomeno di costume o di credo di un ristretto nucleo marginale? Vi sono zone limite nelle quali ci sembra di poter raggiungere l'obiettivo, dove tutto si impasta in una sorta di desiderio ancestrale ed il ricordo si fonde con l'esigenza stessa dall'affermazione quotidiana - quasi la verifica di un codice genetico sul quale s'innesta il futuro. L'esperienza del nonno passata al nipote, l'iniziazione dell'adepto rivelata dal guru, il viaggio proibito con lo sciamano, sono i quadri consequenziali e vibranti dell'interminabile "piece" giocata sul palcoscenico della storia: gli avvenimenti, eroismi singolari e nascosti che alla radice traggono linfa e alimento per la rigenerazione. Forse solo in questa chiave ci sembra che il mito possa concretizzarsi ed in un costante presente offrire l'emozione primigena con uguale intensità. Ma anche in questa condizione, sapremmo riconoscere la autenticità del mito, accettarne la sublimazione? Nemmeno Orfeo, che dagli albori della narrazione continua infaticabile il suo viaggio e il suo canto d'amore e di morte sfugge a questa condizione, sfidando il tempo e tentando di riprodursi nell'eterna catarsi. Le parti sono assegnate da sempre, i ruoli assunti. Tutto è pronto. S'attende l'arrivo del prossimo inconsapevole ospite dell'ennesimo Orfeo - l'ultimo in ordine temporale - per dar vita alla rappresentazione. Una funzione antica, rubata alla classicità , ad un Poliziano sospeso tra segno della tradizione e poetica dell'origine. L'imprescindibile cerimonia d'iniziazione segna il riconoscimento e l'appartenenza al clan. Alla rappresentazione tutti aderiscono. Si attende l'arrivo del nuovo Orfeo. All'occasione è sufficiente un giovane, a patto che sia esterno al gruppo, al di fuori dalle misure e delle conoscenze del gruppo stesso. Nell'esasperazione simbolica si officia il rito come esige la consuetudine, ma, nella dichiarata tensione e nella manifesta autenticità, Orfeo perde ogni allusione, la fisionomia allegorica si disperde facendo riesplodere una coscienza indesiderata. L'evocazione assume allora una contemporaneità insospettata: la rappresentazione non filtra più alcun meccanismo dell'animo umano e la stessa innocenza diviene un piccolo argine difronte all'incalzare di una memoria altra, assopita, nascosta. Una volta ancora - inesorabilmente - e come per altro richiesto dalla tradizione, c'è bisogno della vertigine baccanale per soluzionare un paradosso: la vita che si incontra con la sua rappresentazione. Sarà Orfeo a perdere la vita, dilaniato, ammazzato dallo stesso clan che non lo riconosce. Ci sarà la festa ebbra per la conclusione. Tutto si svolge in un'ala manicomiale - i matti fanno tutte le parti - i musici sono pagati durante l'esecuzione, un factotum e una cantante improbabile: Orfeo - il poeta, il cantore è il più innocente degli Avventori, un semplice giovane che porta caffe e acqua.




DIAGHILEV - CANTIERI TEATRALI DEL TERZO MILLENNIO
In collaborazione con il TEATRO COMUNALE MERCADANTE DI CERIGNOLA



FLAVIO BUCCI RICCARDO III Da William Shakespeare Traduzione di Angelo Dallagiacoma Diana Detoni, Antonio Conte, Luigi Mezzanotte e Alessandra Arlotti, Giorgio Carminati, Massimo Lello, Carmine Balducci, Fabrizio Coniglio, Edmondo Tieghi, Alessandro Bucci, Gioietta Gentile, Michele Trotta.


Messa in scenza di NUCCI LADOGANA NOTE CRITICHE SUL TESTO Enrico VI - Così faccio questa profezia: che molte migliaia che ora non temono di dover soffrire la minima parte della mia paura, vecchi sospiranti, vedove e orfani in lacrime, uomini per i figli, mogli per i mariti e orfani per genitori, malediranno per la morte prematura dei loro cari il giorno che tu nascesti. Riccardo - Giù, all’inferno; e di che sono stato io a mandarti, io che non ho pietà ne amore ne paura. In queste battute finali della terza parte dell’Enrico VI William Shakespeare delinea il ritratto di sinistro superuomo rinascimentale di Riccardo duca di Gloucaster che poi sarà il tragico protagonista del successivo Riccardo III: Roso da sorda ambizione, deciso a spazzare qualunque ostacolo che possa intralciargli la strada verso il trono, lo storpio Riccardo nasconde i suoi piani diabolici sotto miti apparenze. Così riesce ad instillare nel morente re Edoardo IV, suo fratello, il sospetto sull’altro fratello Giorgio duca di Clarence, che viene fatto imprigionare nella Torre di Londra, dove Gloucester lo fa uccidere da due sicari. Ai funerali del precedente re Enrico VI, Riccardo ne corteggia la nuora Anna, vedova del principe di Galles, con luciferina lusinga, e dopo averlo insultato e maledetto, la donna cade alle sue offerte d’amore. Morto Edoardo IV, Gloucester diviene protettore del regno nella minore età di Edoardo V, e mentre sembra che prepari l’incoronazione del nipote, lo fa rinchiudere nella Torre con il fratello Riccardo duca di York. Fa uccidere tutti i suoi oppositori con i due giovani principi. E anche Buckingham, che si rifiuta di eseguire l’ennesimo delitto e fugge per unirsi al ribelle Enrico cinte di Richmond che marcia su Londra, viene ucciso prima di raggiungerlo. Per rinsaldare la sua posizione, Riccardo ripudia Anna per sposare la giovane nipote Elisabetta di York, figlia di Edoardo IV, e persuade la madre della fanciulla, che pure lo odia e lo insulta come aveva fatto Anna, a consentire al matrimonio. Andate incontro a Richmond, le truppe di Riccardo vengono a battaglia con quelle nemiche a Bosworth, e dopo una notte travagliata dalla spaventosa visione delle sue vittime (“dispera e muori”), Riccardo muore in battaglia, dopo aver pronunciato la famosa esclamazione: “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”. A salire al trono allora sarà Richmond, che diventerà re con il nome di Enrico VII e sarà capostipite della dinastia Tudor. Impregnato della malvagità del protagonista, Riccardo III risuona tutto di maledizioni e invettive, sangue e morte; e pur essendo scritto in pieno Rinascimento (fra il 1592 e il 1594), è strutturato secondo lo schema degli “exempla” medievali: Gloucester sconta il fio del suo peccato, perché, come dice Buckingham “il torto non raccoglie che il torto, e la colpa la retribuzione della colpa”. La catastrofe tuttavia non nasce dalle premesse nel carattere del protagonista bensì dal suo scontro con uno schema teologico tradizionale che Shakespeare prende passivamente dai cronisti Holished, Hali e Polidoro Virgilio, da cui ricava la trama, e i suoi contemporanei. “La soddisfazione del pubblico di vedere la pena commisurata al delitto”, ha scritto Mario Pranz, “non può propriamente chiamarsi sentimento tragico nel senso aristotelico, perché Riccardo III suscita si il terrore, ma non simpatia”.



LYRICON PERFORMING ART

Presenta
LO CUNTO DE LI CANTI da Paisiello a Peter Gabriel Di Peppe Barra e Nunzio Areni Con PEPPE BARRA LINO CANNAVACCIUOLO violino MARIO CONTE tastiere PAOLO DEL VECCHIO chitarre e bouzuky IVAN LA CAGNINA percussioni SASA’ PELOSI basso acustico ed elettrico Special Guest: PATRIZIO TRAMPETTI Regia di PEPPE BARRA


Un viaggio musicale e teatrale tra gli autori di confine, per incontrare la creatività che rompe gli argini e i codici espressivi come quella dei due poli del sottotitolo: Paisiello, autore spartiacque tra l’opera barocca e il melodramma e Peter Gabriel genio delle contaminazioni, profeta della world music, anticipatore di tendenze e stili. Il filo dello spettacolo è snodato dal grande narratore Peppe Barra e dalla musica di Lino Cannavacciuolo e del suo ensemble: Tra Paisiello e Peter Gabriel il pubblico incontrerà fiabe e motivi popolari i cui riferimenti si ritrovano nell’opera di Vinci e Leo, compositori che hanno fatto la storia del barocco napoletano, così come potrà ascoltare un’inedita versione di “Don Raffaé” di Fabrizio de André. Si annulla, e, nel contempo, acquista nuovi significati la distinzione tra colto e popolare: la nenia e l’aria da opera buffa, l’ode e la favola smettono i panni di generi e divengono pezzi di un mosaico, lastricato di una strada, semplici pietre di un edificio: la musica come espressione di sogni e bisogni, drammi e gioie.



ASSOCIAZIONE CULTURALE TEATRO STUDIO

presenta LA FUGA DI ENEA Raccontata da VINCENZO PIRROTTA Di Pasquale De Cristofaro e Vincenzo Pirrotta con Rosanna Di Palma Mario Spolidoro Scene Pasquale De Cristofaro Da un’idea di Ugo Marano Musiche di Mario Spolidoro Regia PASQUALE DE CRISTOFARO

“Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris / Ialiam fato profugus...”“. Con questi celeberrimi versi, Virgilio inaugura magistralmente, sulla scia omerica, il più glorioso Epos ma esempio irragiungibile di fascinazione narrativa. L’Eneide con i suoi versi immortali distribuiti in dodici libri, narra le vicende dei reduci della gloriosa stirpe Troiana progenitrice della gens Iulia. Un poema, che pur legato alla gloria di Roma nel mondo, è per noi, in realtà, uno splendido tessuto, un magico arazzo di vicende, colori, eroi, amori e fughe che chiedono di tornare a vivere per mezzo di un corpo e di una voce nello spazio e nel tempo. Ma come? Recitare tutto questo è umanamente impossibile. E allora? Forse, può venirci in aiuto, solo, l’antica e magica fascinazione della parola. Ma per creare attenzione e guadagnare interesse non può bastare semplicemente narrare, occorre che il narrare diventi teatro attraverso una tecnica sapiente, una forte struttura, una partitura efficace. Tra le tante possibili strade, noi abbiamo scelto il cunto siciliano, mirabile ed altissimo esempio di teatro epico. Suono, ritmo, corpo e voce che liberano nello spazio una giocosa e potente energia.

(Pasquale De Cristofaro) il Delfino - Politeama Mancini

V E R S U S Lectura Dantis Viaggio nella Commedia per voce e musica regia, progetto testuale e musiche originali PAOLO PASQUINI con ALESSIO CARUSO light designer Stefano Stacchini

In VERSUS è la Commedia stessa a smarrire la diritta via. A capovolgersi - rovesciando le ragioni del titolo dantesco - in tragedia. Proponendosi non come recital di estratti antologici, bensì come percorso drammaturgico e interpretativo organico, VERSUS descrive infatti una traiettoria opposta a quella del trascendente itinerarium mentis in Deum: discende cioè agli inferi, o meglio ‘conquista’ l’immanente, approdando al non-senso della selva e dello smarrimento. Operazione presuntuosa e parassitaria (il Testo come pre-testo per raccontare altro viaggio), VERSUS sviluppa il suo asse ideologico attraverso tre luoghi danteschi - l’invettiva di san Pietro in Par. XXVII, l’apostrofe di Dante in Purg. VI, l’incontro con il bestemmiatore Capaneo in Inf. XIV - che istituiscono un crescendo di tensione critica dell’umano verso il divino. VERSUS - nella triplice accezione, dunque, di verso poetico, di direzione (appunto inversa, con climax infernale) e di contro (umano vs divino) - propone tre estratti testuali per ogni cantica: (1) Momento e luogo del viaggio (2) Un incontro. Sospensione sensoriale di Dante (3) crisi tra l’umano e il divino Alla definizione delle coordinate spazio-temporali del viaggio (1) - Proemio, Risveglio in «Purgatorio», Risveglio in «Inferno» - seguono i tre incontri posti al centro di ogni sezione (2) - Beatrice, Casella, Paolo e Francesca -, aventi tutti come esito una sospensione sensoriale di Dante: l’excessus mentis alla visione del trionfo di Cristo, l’estasi all’ascolto del canto di Casella (forse unico vero paradiso di VERSUS) e infine la morte virtuale dopo il racconto di Francesca. Tali mancamenti lasciano poi la scena al progressivo divampare delle crisi esplosive (3) rappresentate dall’invettiva di san Pietro (interrotta con taglio al verso 57: «o difesa di Dio, perché pur giaci?»), dalle domande laceranti di Dante auctor in Purg. VI («son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?») e infine dal grido blasfemo di Capaneo, in prometeica sfida alla logica sadica della punizione eterna. Culmina il percorso la visione di Lucifero - dio negativo - e, a chiusura, l’estuario buio sui tre versi d’incipit del (dis-)sacrato poema. Paolo Pasquini PARADISO Proemio (Par. I, 1-12) Beatrice e il trionfo di Cristo (Par. XXIII, 1-139) L’INVETTIVA DI SAN PIETRO (Par. XXVII, 1-57) «O DIFESA DI DIO, PERCHÉ PUR GIACI?» PURGATORIO Risveglio in «Purgatorio» (Purg. IX, 34-69) Casella (Purg. II, 55-117) APOSTROFE ALL’ITALIA (Purg. VI, 61-123) APOSTROFE INTERROGATIVA A DIO INFERNO Risveglio in «Inferno» (Inf. IV, 1-24) Paolo e Francesca (Inf. V, 1-142) CAPANEO, BESTEMMIATORE (Inf. XIV, 13-70) «DIO IN DISDEGNO» epilogo Lucifero, centro della terra (Inf. XXXIV, da 16-69) explicit (incipit) (Inf. I, 1-3)

 

MDA PRODUZIONI DANZA
in cooproduzione con ASS. MUSICARTE

ROMEO e GIULIETTA da William Shakespeare regia e coreografia AURELIO GATTI musiche originali FABIO LORENZI con Chiara PIZZOLO, Ernesto LAMA, Tajo YAMANOUCHI, Carlo VITALE, Marco BRANCATO e Gianna BEDUSCHI, Paola BELLISARI, Giuseppe BERSANI, Monica CAMILLONI, Annalisa D’ANTONIO, Gioia GUIDA

La vicenda di Romeo e Giulietta, mirabilmente raccontata da Shakespeare, esercita da secoli, in tutto il mondo, un fascino straordinario: l'amore che nasce spontaneamente tra i due giovani, innocente, puro, ed al tempo stesso ricco di pathos è un inno alla vita che sboccia. Ma sulla gioia e la felicita’ di due cuori che si amano, incombe lo spettro della tragedia. Prima tragedia romantica mai esistita, in Romeo e Giulietta convivono in modo straordinario azione e lirismo: tutta l'opera rappresenta con forza e amore, la vita. La bella Verona ferve di novità, di movimento e le stesse scene comiche che attraversano la tragedia anche nei suoi momenti più cupi, mirano ad immettere sulla scena il sapore dell’esistenza in tutta la sua gaiezza e vivacità. Feste, danze, maschere, banchetti, personaggi dalle battute ilari e dall'eloquio vivace sono lo scenario nel quale nasce questo amore. Ma ecco che l'allegra giovinezza di Mercuzio viene spezzata: da questo momento il dramma esplode: La violenza iniziale di Tebaldo genera una serie di azioni che disgraziatamente porteranno alla sciagura. Nel tenero saluto dei due sposi dopo la loro unica notte d'amore si insinua questa premonizione. La dolcezza dell'amore, il sostegno dell'amicizia, la spensieratezza della giovinezza, la tenerezza dell'illusione, i valori della purezza, dell'onore, vengono infatti prematuramente infranti dalla morte. L'irrompere del tragico spinge il drammaturgo a mutare stile, all'inizio plasmato sulle convenzioni letterarie, sulle rime, rispettando la tradizione delle forme chiuse e dei sonetti, poi via via meno musicale, per diventare sempre più sofferto e calato nella realtà, lontano dalle citazioni. La nostra messa in scena ruota attorno ad un cardine: L’amore . Shakespeare ha il merito, di dare vita e morte, nello stesso tempo, al più' puro dei sentimenti sottraendolo, grazie al volto dei due giovani --- succubi d'un mondo feroce di adulti, alla banalità del sopravvivere quotidiano, all’ottusa perseveranza delle categorie, alla schematica quanto ovvia suddivisione della vita. Forse per questo, la fragile storia di due innamorati sopravvive al tempo e alle mode, incurante del decadimento dell’idea stessa d’amore. In Romeo e Giulietta c’è forza, dedizione , intima amicizia, abnegazione, scellerata generosità , in poche parole, c’è l’ideale di un’energia vitale spassionata . L’amarezza sta nel fatto che negando l’ idealismo si sottrae vita alla vita stessa. Purtroppo se non ci fosse la guerra in mezzo, lo schieramento contrapposto, questa vicenda non avrebbe la forza di essere evocata con tanta consuetudine. Sarajevo come Verona, Gaza come il Bronx - Romeo e Giulietta vengono riportati in vita ogni qualvolta ci si riferisce ad un amore spezzato e cancellato . Ma non è proprio così. Non si nega l’amore, ma l’idea della vita. Lo scenario e ’ di una guerra, senza principio e senza fine. Nelle pieghe di questa nasce la vicenda, predestinata a tal punto che Giulietta è ridotta a un simulacro, quasi un ’icona votiva a cui ogni giovane, passato ad adulto, si riferisce come un ricordo di qualcosa che a un certo punto è finito. Cinque attori - cantanti, sei danzatori, tre musicisti, tra rostri e spuntoni che di volta in volta mutano lo spazio, rivivono quella tragedia che sempre di più sembra dar adito a un vizio interpretativo: i giovani non muoiono per gioventù, vengono uccisi da una guerra di arroganti pregiudizi.

 

Progetto MYTHOS

presenta
LE DONNE I CAVALIERI L’ARME…. IO CANTO
Testi: Lorenzo Dè Medici, Niccolò Macchiavelli, Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Anonimo Napoletano Adattamento di PAOLO TODISCO con Maria Rosaria Omaggio Mario Marasco Patrizia Lazzaroni e la partecipazione di Tiberio Murgia danze rinascimentali musica rinascimentale Claudia Zaccari
ARMONIA ANTIQUA
direzione artistica MARCO PROSPERINI Regia Paolo Todisco


Lo spettacolo intende proporre uno “spaccato” dell’intrattenimento che le compagnie girovaghe (e ve ne furono di importanti) portavano di Castello in Castello ancora nel ‘500, quando, reduci dalla cultura e tradizione umanistica del Basso Medioevo, i Signori più illuminati, a cominciare dalla famiglia De’ Medici di Firenze, portarono a vertici molto alti le arti e le produzioni letterarie. Recitazione, danza e canto le componenti fondamentali di questi spettacoli (che oggi chiameremmo di Arte Varia), e che allietavano serate e banchetti. Nello spettacolo “Le donne, i cavalieri, l’arme….io canto”, che prende titolo dal ben noto primo verso dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, verrà presentata da quattro attori ( due donne e due uomini) e dagli artisti del Gruppo Danze Storiche tutti rigorosamente in costume del ‘500. Sua Signoria che è Maria Rosaria Omaggio, illustrerà e condurrà gli ospiti attraverso temi d’amore, temi comici e grotteschi, momenti di canto e di danza, abbandonandosi, lei per prima, al gioco interpretativo delle opere del suo tempo.



REGIONE CAMPANIA
Ass. Alla Cultura
COMUNE DI NAPOLI Ass. Alla Cultura
PROVINCIA DI NAPOLI Presidenza

RUZANTE DUE DIALOGHI Una produzione E.T.C. /GIOVANI EUROPA Rielaborazione in napoletano Mico Galdieri e Mario Brancaccio Consulenza linguistica Luigi De Falco MARIO BRANCACCIO ENZO BARONE e VINCENZO D’AGOSTINO MARIAELENA FABI CARMEN MANZO MARILIA NARDO Regia Storica MICO GALDIERI Regista collaboratore Mario Brancaccio Scene RENATO LORI Costumi FRANCESCA SCUDIERO Musiche STEFANO LONGOBARDI



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